Nel mio lavoro di coach mi capita spesso di vedere atleti estremamente forti… ma solo in una direzione.
Magari una panca fortissima.
Magari uno stacco mostruoso.
Magari una skill che li identifica.
E finché quella cosa cresce, tutto sembra andare bene.
Il problema arriva quando il resto rimane indietro.
Questa è la storia — che in realtà è quella di molti — di come uno specialista può diventare un atleta davvero completo, con un totale che inizia finalmente a salire in modo consistente.
Quando inizi a lavorare con un atleta esperto
Parliamo di un atleta con:
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oltre 10 anni di esperienza
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tecnica solida su tutte le alzate
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nessun problema fisico rilevante
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lavoro full-time, stress, responsabilità
Sulla carta, tutto in regola.
Eppure, sin dalle prime conversazioni, emerge una cosa chiara:
👉 il focus è quasi esclusivamente su una sola alzata.
Il resto?
Presente, sì.
Ma ridotto al minimo.
La motivazione dichiarata è quasi sempre la stessa:
“Non voglio compromettere il recupero.”
Ed è una frase che sento spesso.
Il dilemma del coach
Come coach, in questi casi, mi muovo sempre su due binari.
Il primo:
👉 rispettare il percorso dell’atleta.
Non impongo obiettivi che non sente suoi.
Il secondo:
👉 osservare e chiedermi perché.
Perché un atleta tecnicamente competente, strutturalmente adatto e senza limitazioni dovrebbe evitare attivamente parte dell’allenamento?
Molto spesso, la risposta non è fisica.
È mentale.
Quando il problema non è il corpo
Nel tempo, parlando, analizzando e osservando, emergono quasi sempre delle convinzioni limitanti:
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paura di perdere ciò in cui si è forti
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associazioni negative con certe alzate
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esperienze passate che hanno lasciato il segno
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bisogno di controllo
Queste convinzioni portano a:
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evitare certe fasi dell’allenamento
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restringere il focus
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rimanere in una zona di comfort ben costruita
E il problema della zona di comfort è che…
👉 ti fa sentire al sicuro, ma ti frena.
Le difficoltà come opportunità
Quando arrivano momenti complessi — stop forzati, cambiamenti, periodi di stallo — molti li vedono come una perdita.
Io li vedo come una finestra.
Quando non puoi spingere sul fisico, puoi finalmente lavorare su:
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mindset
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identità
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fiducia
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relazione con il carico
Ed è spesso lì che avviene la vera svolta.
Smontare e ricostruire
Una volta portate alla luce le convinzioni limitanti, il lavoro diventa chiaro:
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smontarle
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capirne l’origine
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sostituirle con credenze più funzionali
Non è motivazione.
È ristrutturazione.
Quando questo accade, succede qualcosa di potente:
👉 l’atleta smette di “proteggere” il punto forte
👉 e inizia ad attaccare su tutto.
Tornare a spingere, ma con intelligenza
Quando il focus si riapre su tutte le alzate, la gestione del carico diventa cruciale.
Più motivazione = più rischio.
Il compito del coach, qui, è:
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dosare
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rallentare quando serve
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costruire senza bruciarlo
Perché la fiducia appena conquistata va protetta.
L’importanza dell’ambiente
Un altro fattore spesso sottovalutato è l’ambiente.
Allenarsi in un contesto:
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che ti supporta
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competente
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stimolante
può fare una differenza enorme.
La forza non cresce solo dal programma.
Cresce anche da chi hai intorno.
I risultati arrivano (quando allarghi il focus)
Quando mente, ambiente e programmazione iniziano ad allinearsi, i risultati arrivano:
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totale in crescita
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alzate più stabili
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meno paura
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più identità da "atleta completo"
Non perché si è trovato l’esercizio magico.
Ma perché si è smesso di evitare ciò che serviva.
La vera domanda è questa
Se ti riconosci in questa storia, chiediti:
-
cosa stai evitando nel tuo allenamento?
-
quale alzata stai “proteggendo”?
-
quali convinzioni stanno guidando le tue scelte?
Perché spesso il limite non è nel corpo.
È nel modo in cui ti racconti.
Ed è proprio lì che inizia il lavoro che faccio come coach.
Non solo far salire i carichi.
Ma costruire atleti completi, capaci di esprimersi sotto ogni aspetto della forza.
Se senti che stai "giocando" solo su una dimensione…
forse è il momento di espandere il tuo potenziale. 💪